Quelli che ci mettono le mani: Officina Civico 5 – parte 1

Iniziamo i nostri incontri con gli artigiani con un amico, Andrea Cappellini, titolare dell’Officina Civico 5 a Casalguidi (PT)

Iniziamo oggi questa serie di appuntamenti con una categoria particolare di uomini, quelli che letteralmente “mettono le mani” sulle nostre auto. Li andremo a trovare e li intervisteremo, in modo da conoscere meglio chi con pazienza, esperienza e maestria riporta allo splendore originario questi pezzi di storia. La prima che raccontiamo è quella di Officina Civico 5.

Mi fa piacere cominciare con Andrea Cappellini e farvi conoscere la sua Officina Civico 5, fondata nel 1970 a Casalguidi in provincia di Pistoia. Questo perché Andrea rappresenta tutto quello che noi riteniamo sia l’eccellenza delle tante piccole imprese artigiane che hanno fatto dell’Italia un punto di riferimento mondiale nell’arte del restauro delle auto d’epoca.

D’altra parte, vista la nostra tradizione automobilistica – per curiosità, avete mai provato a mettere in fila tutti i marchi italiani?: Abarth, Alfa Romeo, Ferrari, Fiat, Lamborghini, Lancia, Maserati! – non poteva che essere così.

Riguardo ad Andrea e a Officina Civico 5 vi voglio solo anticipare che, come per tante aziende italiane che hanno fatto la fortuna del nostro paese, anche nel suo caso c’è una tradizione di famiglia alle spalle, che si tramanda e si specializza nel tempo. Andrea ha ereditato infatti da suo padre il garage e ha saputo trasformarlo negli anni in un’officina specializzata nel restauro, guidato dalla sua passione e dalla voglia di investire tempo, fatica e denaro in quest’avventura.

Ma andiamo a conoscerlo.

L’intervista

Lorenzo Paciscopi: ciao Andrea, come stai? Sempre in mezzo alle belle macchine vedo!

Andrea Cappellini: Ciao Lorenzo, tutto bene. In effetti mi ritengo un privilegiato a poter lavorare in un ambiente del genere!

LP: Cosa abbiamo di bello? Una sfilza di Porsche. Una 911 Targa arancio, un’altra 911 Targa nera, una 912 blu che sembra uscita dal concessionario, poi una bellissima Mercedes-Benz 280 SL blu. Per finire un’Alfa Romeo Montreal di un verde spettacolare! È sempre un piacere venirti a trovare Andrea!!

AC: Sì, sì, abbiamo un po’ di lavoro. Quella arancio, o meglio Signal Orange per la precisione, è una Porsche 2.2 T che sto finendo ed è una delle mie preferite, amo quel colore. A quella nera ci sto lavorando, mentre la 912 è finita e pronta per un giro di prova, lo vuoi fare te? Poi la Pagoda deve fare solo di messa a punto al motore, mentre l’Alfa Romeo è arrivata da poco ed ha bisogno di un po’ di cure al motore. Devo dire che, secondo me, tra le cose che hanno in più queste auto rispetto a quelle moderne ci sono proprio i colori! Oggi entri in concessionario e vedi una monotonia di bianco, nero e sfumature di grigi. Prima c’era molto più spazio per la fantasia. Mi è ricapitata tra le mani l’altro giorno una brochure Porsche del 1971: potevi scegliere tra oltre trenta colori diversi! Trenta, capito?

LP: Su questo sono d’accordo con te, oggi non si osa per niente sui colori. Sarà la standardizzazione imperante? Non lo so, per ora mi prenoto per un giro sulla 912!! E invece della Porsche 356 argento nell’altra sala, cosa ci puoi dire?

AC: Quella è una 356 TB ed è stata l’auto della svolta per me e la mia officina, un progetto in cui mi son buttato d’istinto, perché “me la sentivo” e che mi ha proprio aperto gli occhi su quello che sarebbe dovuto essere il futuro del mio lavoro.

LP: In che senso?

AC: Nel senso che fino ad allora ho sempre fatto con soddisfazione il mio lavoro di meccanico, quello che mi ha insegnato mio padre. Ci tengo a dire che se sono qui lo devo prima di tutto a lui, al suo spirito di iniziativa grazie al quale fondò questa officina.

Come si trasforma una passione

LP: Poi cosa è successo?

AC: Bisogna fare una premessa: le auto d’epoca sono sempre state un mio pallino, le ho sempre guardate, ammirate, studiate. In fin dei conti erano le nonne delle auto su cui mettevo le mani quotidianamente. Poi è successo che mi è capitata questa Porsche 356 TB5, di cui il proprietario non aveva voglia di occuparsi, nonostante avesse bisogno urgentemente di interventi, perché era messa veramente molto male!

LP: È stata la tua molla?

AC: In un certo senso! Ho agito devo dire d’impulso, mi dispiaceva vederla abbandonata al proprio destino. Mi son detto che forse era la mia occasione per fare qualcosa di nuovo e di mettere finalmente le mani su una vecchia regina. Certo il lavoro era già tanto anche senza che mi portassi dentro l’officina quella Porsche, ma ormai avevo sentito quella vocina dentro…

LP: L’hai adottata, insomma.

AC: Sì, l’ho presa e ho deciso di restaurarla con calma e con molta attenzione. Mi piaceva documentarmi sui libri, le brochure dell’epoca, verificare le caratteristiche peculiari del modello, le molte piccole differenze dei particolari tra il suo anno di produzione e quelli vicini. Insomma, la volevo fare a regola d’arte!

LP: Impegnativo come lavoro, però sorridi quindi ne deduco che ti piacesse.

AC: Eh sì, quella fu l’illuminazione. Mano a mano che andavo avanti nel restauro, mi rendevo conto che questo non era più un semplice passatempo, ma stava diventando qualcosa di più. Non vedevo più quell’auto come un insieme di acciaio bulloni e pelle, ricoperto da una carrozzeria dalle forme accattivanti. Davanti a me vedevo un’opera d’arte del passato, un pezzo di storia. Nei giorni in cui riuscivo a lavorarci, arrivato alla sera vedevo i progressi fatti e mi sentivo veramente appagato. La mattina il primo pensiero era rivolto a quando avrei potuto riprendere il lavoro.

LP: E poi piano piano hai buttato fuori dall’officina le altre, le “ragazze” più giovani!

AC: Esatto, nel giro di poco tempo ho deciso di entrare nel mondo delle auto d’epoca, dedicandomi praticamente in maniera esclusiva al loro restauro. Perché una cosa che ebbi chiara fin da subito, fu che quel tipo di lavoro richiedeva completa dedizione e quello sarebbe stato un impegno praticamente esclusivo. Certo, continuo a far entrare ogni tanto qualche “ragazza” come dici te, ma lo faccio più che altro come forma di cortesia verso i vecchi clienti, chi conosce la mia Officina Civico 5 da una vita.

Come va avanti un’avventura

LP: E quindi la 356 BT è stata l’inizio di tutto?

AC: Sì, come ti dicevo la portai in officina e la smontai tutta per rendermi conto delle condizioni. Affidai la carrozzeria e gli interni a dei bravi professionisti che conoscevo, mentre io mi concentrai ovviamente sul motore e tutta la meccanica. Devo dire che mi sentivo a tratti di nuovo come un apprendista, riprovavo un po’ le stesse emozioni di quando scesi giù in officina per lavorare accanto a mio padre. Avevo 13 anni!

LP: Ne è passato di tempo!

AC: Tra due giorni compio 48 anni, quindi ne sono passati la bellezza di trentacinque da quando ho iniziato questo lavoro. E devo dire che se oggi ho ancora lo stesso entusiasmo e la stessa voglia di scendere giù in officina, lo devo sicuramente alla possibilità di poter lavorare con questi gioielli, questi pezzi di storia. Ci pensi? Delle auto destinate ad essere rottamate che riesci a far rinascere un po’ per volta passo dopo passo, bullone dopo bullone..

LP: Dev’essere emozionante poter dire, questa bellezza l’ho “salvata” io!

AC: Bellissimo. E non mi stanco mai perché ogni auto è sempre diversa, ti pone delle sfide nuove e non si finisce mai d’imparare! Poi ti confesso che c’è una parte in tutto questo che mi piace tantissimo, ed è quella che viene dopo che ho finito il mio lavoro: l’attesa. Ecco mi ricordo ancora quando è arrivata un sabato mattina il carro attrezzi a riportarmi la 356. Ero davanti al cancello e mentre la scaricavano vedevo l’argento della vernice che splendeva, le cromature che rilucevano al sole, non un particolare fuori posto, perfetta. Poi mi decisi ad aprire lo sportello e sentii gli interni che profumavano di nuovo e…

LP: … e ti emozionasti un po’, era il tuo primo restauro!

AC: Macché! Pensai che era bellissima, ma anche che il gioco era finito, eravamo arrivati alla conclusione. Mi sentivo come mio figlio quando riceve in regalo la scatola della LEGO, e quando ha finito di montarla, pensa già alla prossima scatola da comprare!

LP: Ti posso capire. D’altra parte, prendendo in prestito una famosa frase, si può dire che “la parte più bella di un viaggio non è la meta, ma il cammino intrapreso per raggiungerla”. A proposito di viaggio, mi avevi promesso un giro su quella 912 spettacolare?

Continua…

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